
Bosco di Favole
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Poesie
Domenico Corna
Bosco di favole - Favole
Presentazione
«Quando scende la sera, io vi ho visto giocare, salire alti nel cielo e confondervi con le stelle. Vi ho visto parlare con la luna, sognare mondi lontani da chiamare casa. Ho condiviso le vostre pene, le vostre vittorie, ho ascoltato le vostre favole. Quando guarderete questo mondo con tristezza, sarà lo stesso anche per me. Quando partirete per il nuovo mondo, io vi seguirò.»
2
Il Topino Erminio
Nella cantina buia di un’antica casa ai bordi del Bosco dei
Platani, proprio dove la muffa emanava un buon sapore di sporco,
dove la scopa e lo spazzolone non riuscivano mai ad arrivare,
c’era la tana di una comunità di topi.
Da tante generazioni le famiglie si erano susseguite abitando
nella cantina buia imparando a difendersi dai gatti residenti al
piano terra. La loro tana aveva l’ingresso così piccolo da
costituire una solida barriera, solo talvolta la furbizia e gli
eterni appostamenti avevano portato effetti luttuosi.
La comunità era gestita dal più anziano. Era lui a decidere il
momento opportuno per procurarsi il cibo. Sanava le divergenze
ed i conflitti, metteva pace tra i contendenti, talvolta
incutendo anche paura. Tutti avevano timore di lui, si narrava
come in un combattimento avesse perfino messo in fuga un gatto
mordendolo ad una zampa. Nessuno si era mai azzardato a
disubbidirgli.
Quando nacque Erminio, il suo primo nipote, tutti si
congratularono con lui. Sarebbe cresciuto al suo fianco,
diventando forte ed astuto come lui. Alla fine avrebbe preso il
suo posto.
Il piccolo Erminio trotterellava al suo fianco, facendo tesoro
delle parole e degli atteggiamenti del nonno anche quando,
uscendo dalla tana di soppiatto, si guardava in giro per dare il
segnale di via libera agli altri.
Tutti gli altri topini rispettavano il piccolo Erminio, lo
guardavano con una certa soggezione, in futuro sarebbe stato lui
il loro capo.
Così la vita trascorreva lenta e senza problemi nella tana in
cantina. Ma una notte ci fu un temporale impetuoso. Lampi, tuoni
e un forte vento si susseguirono facendo sbattere le finestre
della casa fino al mattino.
Quando la comunità si svegliò, qualcosa nella cantina buia era
cambiato: in mezzo al pavimento scuro era nato qualcosa. Tutti i
topi se ne accorsero, ma senza osare avvicinarsi. Solo il nonno
e, subito dietro Erminio, si accostò lentamente fermandosi ad
una certa distanza esaminando con attenzione quello strano
fenomeno. Sembrava un oggetto conficcato di traverso, una lunga
spada che, partendo dalla finestra in cima alla parete, si
infilava nel pavimento.
Erminio non aveva mai visto nulla di simile, guardava con
stupore e meraviglia. Il nonno invece scosse la testa, girò a
lungo attorno a quello strano fenomeno. Come rientrarono nella
tana, gli altri topi si fecero incontro, chiedendo la ragione.
«Da tanto, tanto tempo non assistevo ad un simile fenomeno»
spiegò il nonno scuotendo la testa. «L’ultima volta successe
tanti anni fa, quando ancora seguivo mio padre.»
I topi erano impauriti, si guardavano tra
di loro chiedendosi
di che cosa si trattasse.
«E’ la luce, un raggio di Sole!» esclamò il nonno scandendo
lentamente le parole. «La luce è una malattia, nessuno può
avvicinarsi senza rimanerne ferito. C’era un tempo in cui la
cantina era colma di queste lance e tanti di noi ne rimanevano
contagiati. Una volta colpiti, mettendo le zampine agli occhi,
sbandavano a lungo, urtando ogni oggetto intorno. Si aggiravano
per la cantina barcollando, finché arrivavano i gatti a
catturarli e li portavano via.»
I topi si guardavano atterriti.
«E’ la luce, tra le più grandi malattie, non ci si può
avvicinare senza rimanerne colpiti.»
Il silenzio avvolse la cantina e tutti i topi consapevoli della
gravità della situazione. Vennero disegnati i confini e
stabilito un formale divieto anche solo di avvicinarsi. Se
qualcuno fosse rimasto contaminato, sarebbe stato esiliato per
sempre. Era una pena terribile, venire allontanato, cacciato via
per sempre attraverso il grande sasso nella parete. Era
l’accesso verso il mondo sconosciuto, custodito da una
sentinella sempre armata. A memoria di topo nessuno era mai
stato esiliato e il grande sasso non era mai stato spostato.
* * *
I giorni si susseguivano lenti. Era stata creata una barriera
alla luce e nessuno si avvicinava. Il nonno osservava
severamente da lontano. Erminio, sempre al suo fianco,
controllava a sua volta, rivolgeva spesso domande sulla natura
di quella spada, come mai fosse capitata tra di loro.
«E’ il destino, mio caro nipote» asseriva il nonno. «Talvolta
succedono situazioni apposta per metterci alla prova, per
constatare quanto forti siamo nel resistere. Sono i gatti a
mandarci queste spade di luce, in modo da rimanerne contagiati
per poi venirci a catturare.»
Il nonno guardava con severità Erminio, ricordandogli come anche
lui nel futuro avrebbe potuto trovarsi di fronte a situazioni
del genere. «I gatti vogliono prendere il possesso della
cantina. Sono là dietro la porta pronti a portarsi via chiunque
si avvicini.»
Il tempo passava, Erminio pensava molto alla luce. Aveva paura
ma era anche affascinato da quella spada conficcata nel
pavimento. Quando era tempo di lavoro e i topi uscivano tutti
insieme, la spada sembrava illuminarsi ulteriormente. Piccole
particelle di polvere entravano e ballavano, per cadere poi
lentamente per terra.
Erminio osservava quello strano gioco con curiosità e stupore.
Talvolta, quando tutti dormivano, metteva fuori il muso dalla
tana. Strisciava lentamente rimanendo attaccato all’ingresso con
lo sguardo proteso verso la luce. Desideri strani gli passavano
per la testa, ma non poteva confidarli ad alcuno. Pensava a come
sarebbe stato bello se la spada fosse diventata più grande,
chissà quanti altri giochi di luce sarebbero potuti avvenire al
suo interno.
Un giorno dal buco della finestra entrò un’ombra strana, girò a
lungo in mezzo alla spada di luce. Si trattava di un piccolo
animale con le ali, una farfalla spaventata. Rimaneva attaccata,
come se da lei prendesse vita. Roteò a lungo a spirale.
Erminio la osservo in tutti i suoi movimenti, la vide
illuminarsi entrando nel cono di luce. Non era come i granelli
di polvere tutti grigi. Aveva tanti colori, tutti diversi tra di
loro. Avrebbe voluto fermarla, chiederle da dove venisse, ma non
ne ebbe il tempo. Come era giunta, così scomparve infilandosi
nel medesimo buco della finestra.
Erminio pensò a lungo a tutti quei colori, era stata la luce a
farli vivere. Quanto gli sarebbe piaciuto osservare un’altra
volta quello strano animale con le ali. Attese a lungo, ma non
rientrò più nella cantina.
Erminio non si dava pace, aveva visto qualcosa di bello e adesso
doveva rinunciare. Forse era stato il cono di luce a creare i
colori, forse se lui stesso fosse entrato, sarebbe divenuto
tutto colorato come quello strano essere. Ma era proibito, non
lo poteva certo fare, aveva delle responsabilità al riguardo. Un
giorno sarebbe stato proprio lui ad impedire azioni del genere,
a evitare che gli altri topi contraessero quella brutta
infezione, venissero poi catturati e portati via dai gatti.
Il tempo passava e la spada di luce rimaneva sempre al suo
posto. Erminio non riusciva a smettere di pensare allo strano
essere colorato, era diventato un’ossessione.
Un giorno cominciò lentamente ad avvicinarsi; vicino, sempre più
vicino, oltre le barriere, fino quasi a sfiorarla. Si guardò in
giro, non c’era alcuno. Confidò a se stesso che non poteva
succedere niente a metterci dentro una zampina, solo una
zampina.
Così lentamente la fece scivolare in mezzo alla luce per vederla
illuminarsi. Rimase però deluso, non c’erano i bei colori di
quel piccolo animale con le ali, era sempre grigia. Forse una
sola zampina non bastava quindi fece scivolare anche l’altra,
poi la coda ed infine entrò completamente volgendo lo sguardo
verso la finestra. Rimase abbagliato, incapace di vedere
alcunché. Iniziò a traballare, a sbattere contro le pareti,
provocando rumore, fino a svegliare gli altri topi. Uscirono
tutti dalla tana e raccolsero il piccolo Erminio.
Dovette attendere del tempo prima di tornare a vedere. Ebbe
subito davanti il muso del nonno e il suo cipiglio. «Hai
disobbedito! Proprio tu, mio nipote, colui che avrebbe dovuto
sostituirmi un giorno. Proprio tu hai osato disobbedirmi!»
Non fu perdonato e il giorno dopo venne accompagnato davanti al
grande sasso. Erminio avrebbe voluto morire ma non aveva altra
scelta. Il nonno, per la vergogna, non andò neppure a salutarlo.
Non ebbe neppure il tempo di guardarsi indietro perché venne
spinto fuori e subito il grande sasso fu richiuso.
* * *
Percorse uno stretto cunicolo lentamente, mentre i suoi occhi si
abituavano progressivamente alla luce. Un passo per volta,
esitava con lunghe soste mentre gli sembrava di sentire già
quella malattia dentro di lui iniziare a corroderlo. Ma poi
riusciva a rialzarsi e a riprendere il cammino finché più niente
rimase davanti a lui. Non c’era più la cantina, neppure i muri.
Non c’era più niente.
«Ma che posto strano è mai questo?» sussurrò con grande
spavento.
Dov’era il soffitto e i muri a sostenerlo? Non aveva mai visto
una stanza così grande, le pareti erano talmente lontane da non
riuscire neppure a scorgerle senza alcun bisogno di alcun
sostegno per evitare di crollare su se stessa. Neppure guardando
in alto scorgeva il soffitto, c’era solo il blu e tanti piccoli
batuffoli bianchi muoversi lentamente.
Dovette però abbassare gli occhi dal fastidio, forse la malattia
ormai lo stava consumando senza rimedio. Preso dalla paura,
entrò in quella enorme stanza senza limiti e corse a lungo,
prima appoggiato al muro della casa da dove era uscito, poi
lontano, cercando di lasciarsi dietro l’impressione di venire
presto catturato.
Corse fino a trovare un grande albero pieno di tanti rami e
foglie che si muovevano. Lo sapeva, erano colorate, ma non aveva
il coraggio di guardarle, doveva tenere gli occhi chini verso
terra.
Nel grande albero trovò un piccolo buco e si infilò dentro. Il
cuore batteva forte. Si chiese quanto tempo sarebbe trascorso
prima che la malattia riuscisse ad impossessarsi del suo corpo.
Se ne stette a lungo rinchiuso nel buco tremante dalla paura con
gli occhi coperti dalle zampine mentre pensava al triste destino
di trovarsi in un mondo sconosciuto, pieno di strane malattie.
C’era un’altra spada di fuoco là fuori, appesa all’invisibile
soffitto, era lei a produrre tutta quella luce, tanto potente da
rischiarare l’immensa stanza. Si stava spostando lentamente
svelando l’intenzione di illuminare tutto sotto di sé, perfino
gli angoli più nascosti. Presto sarebbe giunta anche nel suo
nascondiglio e per lui non ci sarebbe stata alcuna via di fuga.
Aspettava solo la fine.
Quando la luce lo colpì, aveva immaginato dolori lancinanti in
tutto il corpo invece, inaspettatamente, iniziò a sentire una
inconsueta e gradevole sensazione di calore. Stette immobile,
aggrappato alla parete, mentre la sensazione invece di
diminuire, andava aumentando. Era davvero strano come la morte a
causa di quella strana malattia fosse preannunciata da una
tenue, dolce sensazione di calore.
Era incerto sul comportamento da prendere, non sentiva dolore
alcuno. Mosse qualche passo per capire meglio. Era davvero
gradevole. Se doveva morire, tanto valeva riscaldare non solo la
sua schiena, ma anche il petto e il muso.
Si girò dalla parte opposta e, quando il calore della luce
avvolse il petto e la pancia, le orecchie si abbassarono dalla
gradevolezza e dal piacere. Non si sentiva proprio ammalato,
anzi, al contrario, non si era mai sentito così bene.
Tolse le zampine dagli occhi e, lentamente, si avvicinò alla
soglia. «Oh…» esclamò con meraviglia. «Ma dove mi trovo? Che
mondo strano è mai questo?»
Tutto intorno era pieno di tantissimi colori, difficilmente ne
trovava uno simile all’altro. C’era il prato, i grandi alberi
vestiti a festa, gli animali a spasso e in volo. Tutti vivevano
sotto la luce, senza ammalarsi. Non c’era un unico odore
stagnante di muffa della cantina, erano tanti e si muovevano. Il
vento li trasportava da una parte all’altra dell’immensa stanza.
Mise il naso fuori dalla tana e aspirò profondamente. Le
orecchie si abbassarono di nuovo dal piacere.
Vedeva anche i gatti, appoggiati ad un altro albero, anche loro
distesi a godere della luce ma fortunatamente abbastanza
distanti. Se si fossero avvicinati, sarebbe riuscito a fuggire
rientrando nel buco.
Tutti si esponevano alla luce senza ammalarsi; così anche il
piccolo Erminio si sedette, appoggiandosi alla base dell’albero.
«Ma è tutto sbagliato!» esclamò ridendo tra i baffi. «Si sta
bene qui fuori, non c’è alcuna malattia. E’ molto meglio qui
rispetto a laggiù, devono saperlo, così usciranno dalla cantina.
Non è una malattia.»
Si avvicinò lentamente al buco nel muro dove la spada di luce
entrava. Prese una grande foglia e vi scrisse un messaggio per
la sua gente: «Non c’è alcuna malattia, c’è un mondo pieno di
luce, di colori di profumi qui fuori. Uscite anche voi, non
dovete avere paura.»
Il messaggio dondolò a lungo volteggiando nella cantina buia e
andò a posarsi proprio davanti all’ingresso della tana della
comunità. Corse velocemente verso il grande sasso da dove era
uscito. Attese a lungo finché si aprì, ma vide uscire solamente
la stessa foglia con un nuovo messaggio indirizzato a lui, prima
di richiudersi nuovamente.
«Non riusciamo a capire perché ci spingi ad uscire per
contaminarci, forse si tratta della vendetta per averti
cacciato? La disobbedienza va punita sempre. Ma forse stiamo
sbagliando, la strana euforia è l’effetto della malattia stessa.
«Noi non possiamo fare più niente, il tuo destino si compirà
trafitto dalla spada di luce. Stiamo tutti pensando a te,
speriamo possa avvenire senza troppa sofferenza.
«Ma forse, se lo desideri, puoi fare qualcosa per noi. Se
davvero provi ancora dell’affetto, chiudici quel buco da dove
entra la spada, in modo da fermare il contagio. Potremo così
continuare la nostra vita senza più alcun pericolo.»
Il topino Erminio, rilesse più volte. Non riusciva a capire come
mai non credessero alle sua parole. Non era forse stato tra di
loro per tanto tempo? Non avrebbe dovuto un giorno diventare il
loro capo?
Troppa ormai era la distanza a separarlo dalla sua gente. Forse
avrebbe potuto insistere inviando un altro messaggio per
convincerli. Ma, ne era certo, avrebbero risposto nello stesso
modo. Avrebbe potuto aprire un varco più esteso verso la cantina
e fare entrare più luce in maniera potessero capire. Ma
sarebbero morti dallo spavento, ancora prima di accorgersi della
bellezza.
Abbassò le orecchie, prese un piccolo legno lì vicino, si
avvicinò al buco e lo tappò. La spada di luce smise di entrare
in cantina. Erminio tornò verso il suo buco, si sedette sulla
soglia della sua nuova tana guardando fuori ed emise un lungo
sospiro.
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